Le opere di Giovanni Pinosio nascono da lo spazio intermedio. Corpi spezzati, anatomie interrotte, membra in ascolto che non si impongono, ma si insinuano. Celebrano ma non descrivono, aprono ma non chiudono.
Levitas, parola latina che oltre alla leggerezza fisica, in origine significava anche instabilità e mutevolezza. Viene usata ed interpretata dall’autore come vibrazione sottile, e momento sospeso del respiro.
Il museo stesso si fa corpo poroso, spazio respirante in cui il passato dialoga con il presente. Le antiche presenze di marmo e pietra diventano interlocutori silenziosi: accolgono senza opporsi, accompagnano senza sovrastare. Dai reperti in pietra si diparte il filo, che ricostruisce parti mancanti per poi dissolversi e intrecciarsi ai corpi sospesi di Pinosio.
Ogni elemento respira in relazione all’altro, in un ecosistema visivo in cui il vuoto è generativo, il non-finito è valore, la leggerezza è forma di ascolto. Non si tratta di esporre sculture finite, ma di rilevare un processo: fili, strutture, materiali diventano parte viva di un cantiere poetico, in cui la forma si mostra nel suo farsi. Il gesto scultoreo non chiude, ma apre.
Come un filo di Arianna il lavoro di Pilosio ci conduce in un labirinto fatto di respiro, intuizione e desiderio. In un tempo dominato dall’opacità e dall’eccesso, queste presenze ci invitano a fermarci ed ascoltare il respiro del corpo.